Digitalizzazione della PA: cosa succede dopo la fine del PNRR

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Il 31 agosto 2026 si chiude formalmente il PNRR. È la data entro cui l’Italia deve aver completato e rendicontato all’Europa tutte le misure del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, compresa la digitalizzazione.

Per la Pubblica Amministrazione significa la fine di un flusso straordinario di risorse dedicate alla trasformazione digitale: circa 49 miliardi di euro in cinque anni, il 30% di tutte le risorse europee destinate al digitale. Una cifra senza precedenti.

Ma la domanda che tutti si pongono è: e dopo?

Un bilancio con luci e ombre

Prima di guardare avanti, vale la pena fare un bilancio di quanto è stato fatto.

I risultati ci sono, e vanno riconosciuti. La copertura della fibra ottica è aumentata significativamente. L’adozione del cloud nelle pubbliche amministrazioni è cresciuta. Piattaforme come SPID, PagoPA, App IO e ANPR sono diventate parte della quotidianità di milioni di cittadini. Quasi tutti i comuni italiani hanno ottenuto almeno un finanziamento da PA Digitale 2026.

Ma c’è un dato che ridimensiona l’entusiasmo: secondo gli indicatori della Digital Decade 2030, l’Italia si colloca al 23° posto su 27 Paesi europei per maturità digitale. Nonostante gli investimenti record, restiamo nella parte bassa della classifica.

Come è possibile? La risposta sta nella differenza tra digitalizzare e trasformare.

Digitalizzare non basta: serve generare valore

Il problema di fondo è che per anni si è confusa la digitalizzazione con la trasformazione digitale. Si è pensato che bastasse dotare gli enti di strumenti tecnologici per modernizzare la Pubblica Amministrazione.

Ma avere un portale online non significa offrire servizi migliori. Avere un gestionale non significa lavorare in modo più efficiente. Avere SPID non significa che il cittadino trovi più semplice interagire con la PA.

La vera innovazione genera valore pubblico misurabile: servizi più accessibili, tempi più rapidi, minore burocrazia, maggiore fiducia nelle istituzioni. La tecnologia è un mezzo, non un fine.

Questo cambio di prospettiva è fondamentale per capire cosa fare dopo il PNRR. Non servono altri bandi per comprare software. Serve una visione strategica su come usare la tecnologia per migliorare concretamente la vita dei cittadini e il funzionamento delle amministrazioni.

Il nodo delle competenze

C’è un tema che attraversa tutto il dibattito sulla digitalizzazione delle PA: le competenze.

Si possono installare le piattaforme più avanzate, ma se il personale non sa usarle, restano scatole vuote. Si possono digitalizzare i processi, ma se nessuno li ripensa, si ottiene solo burocrazia elettronica invece che cartacea.

La carenza di competenze digitali nella PA italiana è documentata. E non si risolve con corsi di formazione una tantum. Serve un investimento strutturale sulle persone: formazione continua, aggiornamento costante, capacità di attrarre talenti in un mercato dove il pubblico compete con il privato.

Il PNRR ha finanziato infrastrutture e piattaforme. Ha finanziato meno le persone che devono farle funzionare. Questa asimmetria rischia di vanificare parte degli investimenti fatti.

L’intelligenza artificiale: opportunità e rischi

Il tema del momento è l’intelligenza artificiale. Secondo alcune stime, fino al 57% delle attività della PA potrebbe essere automatizzato con l’AI, con impatti significativi su digitalizzazione, efficienza e produttività.

Ma l’AI nella PA pone questioni specifiche. Chi è responsabile delle decisioni prese da un algoritmo? Come si garantisce trasparenza nei processi automatizzati? Come si proteggono i dati dei cittadini?

L’Italia sta lavorando a linee guida per l’uso dell’AI nella Pubblica Amministrazione. Ma il rischio è che le singole amministrazioni si muovano in ordine sparso, adottando soluzioni senza una visione d’insieme.

L’AI può essere un acceleratore straordinario della trasformazione digitale. Ma senza governance, senza competenze, senza una strategia chiara, può anche diventare un problema.

Il tesoretto dei fondi non spesi

C’è un dato interessante che emerge dall’analisi dei progetti PNRR: circa 800 milioni di euro di risorse non sono stati spesi dagli enti locali che hanno realizzato i progetti finanziati.

Sono fondi che gli enti possono ora destinare a rafforzare gli interventi fatti: formazione del personale, manutenzione delle soluzioni adottate, comunicazione ai cittadini, sviluppo continuo della digitalizzazione. Una direttiva del Dipartimento per la Trasformazione Digitale suggerisce proprio questo utilizzo.

È una risorsa preziosa, ma che richiede capacità di programmazione. Gli enti che sapranno usare questi fondi in modo strategico potranno consolidare quanto fatto. Gli altri rischiano di vedere le piattaforme adottate diventare obsolete nel giro di pochi anni.

Cosa serve dopo il PNRR

Con la fine del PNRR, l’Italia entra in una nuova fase. Meno risorse straordinarie, ma maggiore responsabilità nel generare impatti duraturi.

Le priorità sono chiare.

La prima è la sostenibilità. Le piattaforme adottate vanno mantenute, aggiornate, fatte evolvere. Servono risorse ordinarie dedicate al digitale nei bilanci degli enti, non solo bandi straordinari.

La seconda è l’interoperabilità. I sistemi devono parlare tra loro. Un cittadino non dovrebbe fornire più volte le stesse informazioni a enti diversi. I dati dovrebbero circolare, nel rispetto della privacy, per semplificare i processi.

La terza è la misurazione. Bisogna passare dal contare quanti enti hanno adottato una piattaforma a misurare quanti cittadini ne beneficiano concretamente. Gli indicatori di successo devono essere legati al valore generato, non alla tecnologia installata.

La quarta è la governance. Serve una cabina di regia che coordini la trasformazione digitale a livello nazionale, evitando duplicazioni, frammentazioni, sprechi. Il Dipartimento per la Trasformazione Digitale ha questo ruolo, ma servono risorse e autorevolezza per esercitarlo pienamente.

Il ruolo dei fornitori di servizi IT

In questo scenario, anche chi fornisce servizi IT alla PA deve evolvere.

Non basta più vendere licenze software o realizzare progetti chiavi in mano. Serve accompagnare gli enti in un percorso di trasformazione e digitalizzazione che include tecnologia, processi, competenze.

I fornitori che sapranno offrire formazione, supporto continuativo, capacità di integrazione con le piattaforme nazionali avranno un ruolo crescente. Quelli che si limitano a vendere prodotti rischiano di diventare irrilevanti.

Per le aziende IT che lavorano con la PA, il post-PNRR è un momento di svolta. Le opportunità ci sono, ma richiedono un approccio diverso: meno progetti spot, più partnership di lungo periodo.

Conclusione: una transizione che non può più essere infinita

Dal 2017, anno del Piano Industria 4.0, l’Italia è in “digitalizzazione”. Nove anni di piani, incentivi, bandi, misure. E siamo ancora al 23° posto in Europa.

Una transizione digitale che dura nove anni è ancora una transizione, o è diventata uno stato permanente?

La domanda è scomoda, ma necessaria. Il PNRR ha dato una spinta significativa. Ma ora serve passare dalla logica dell’emergenza a quella della normalità: la digitalizzazione deve diventare parte ordinaria del funzionamento della PA, non un progetto speciale finanziato con fondi straordinari.

I prossimi anni diranno se l’Italia saprà consolidare quanto fatto o se gli investimenti del PNRR resteranno un’occasione parzialmente sprecata.

La risposta dipenderà dalle scelte che verranno fatte ora. Non dalla tecnologia, ma dalla volontà politica, dalla capacità amministrativa, dall’investimento sulle persone.

Il digitale è solo uno strumento. Sta a noi decidere cosa farne.


P.I. Computers supporta le Pubbliche Amministrazioni nel percorso di trasformazione digitale: digitalizzazione, consulenza, implementazione di soluzioni, formazione del personale, integrazione con le piattaforme nazionali. Parliamone →

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